Una vendetta proletaria e anarchica di cento anni fa:

il regicidio compiuto da Gaetano Bresci

 

 

«Le vostre concezioni borghesi della libertà, della cultura, del diritto ecc., sono anch’esse un prodotto dei rapporti borghesi di produzione e di proprietà, così come il vostro diritto non è che la volontà della vostra classe innalzata a legge.» 

 

K. Marx – F. Engels, Manifesto del partito comunista

 

 

   Nel maggio del 1898, a Milano, la ‘capitale morale’ d’Italia, la città dove si è compiuto, prima che in altre città, il passaggio dalla manifattura all’industria, il centro dove si erano già verificate nel corso dell’Ottocento due insurrezioni (quella del 1848 e quella del 1853, definita sprezzantemente dalla borghesia milanese, a causa della sua spiccata componente proletaria, la ‘rivoluzione dei barabba’), un vasto fronte che comprende, oltre al popolo, anche quei gruppi borghesi che vedono nel protezionismo una camicia di forza per i loro interessi di esportatori, scende in lotta non solo per il pane ma anche contro un governo autoritario, colonialista, militarista e fiscalmente oppressivo. I proletari milanesi, armati unicamente di sassi e tegole, vengono uccisi a centinaia dalla polizia, dalla fanteria, dalla cavalleria e dall’artiglieria del regio esercito agli ordini del generale piemontese Bava Beccaris.

 

   Finita la mattanza condotta dal potere esecutivo (polizia ed esercito), ha inizio quella del potere giudiziario esercitata dai tribunali militari (era stato infatti proclamato lo stato d’assedio). La repressione è durissima e colpisce con secoli di galera, assieme a centinaia di lavoratori, esponenti socialisti, anarchici, repubblicani e perfino cattolici intransigenti come don Albertario. Un mese dopo, il ‘re buono’, Umberto I, premierà Bava Beccaris con la Gran Croce dell’Ordine militare di Savoia per il servizio reso «alle istituzioni e alla civiltà ».

 

   L’insurrezione proletaria milanese viene stroncata con la prima ‘strage di Stato’ dell’Italia moderna. Da questo momento in poi, Milano, divenuta, grazie anche alla cooptazione della borghesia liberista nel blocco giolittiano, il principale bastione reazionario delle classi dominanti, svolgerà il ruolo storico di incubatrice del fascismo. Dopo la sconfitta parlamentare della politica reazionaria che il governo Pelloux, succeduto a quello di Rudinì, ha cercato di attuare mediante le ‘leggi eccezionali’ del 1899, la borghesia rinuncia al tentativo, fino ad allora tenacemente perseguito, di realizzare un colpo di Stato e, costretta dai rapporti di forza obiettivi, cambia spalla al suo fucile. Preceduto da un governo di transizione, il governo Saracco (durante il quale si ebbe il massiccio sciopero generale del porto di Genova), si forma così il governo della sinistra liberale di Zanardelli, che costituisce il prologo dell’età giolittiana: il 15 giugno 1901 il gruppo socialista vota alla Camera la sua fiducia a tale governo.

 

   Ma il suggello alla crisi di fine secolo viene posto, un mese dopo, da Gaetano Bresci, un operaio di Prato, anarchico internazionalista emigrato in America, che rientra in Italia con il proposito di vendicare i morti del ’93-94 e del ’98 e, il 29 luglio 1900, uccide a Monza il re Umberto I. Turati, pur vivamente pregato dal Bresci, rifiuta di assumerne la difesa (non solo per il timore di una speculazione sul nesso tra socialismo e anarchismo, tanto caro ai conservatori, ma anche e soprattutto) per l’orientamento collaborazionista che egli ricaverà dalla drammatica esperienza della crisi di fine secolo e che si tradurrà, per l’appunto, nel sostegno al governo Zanardelli.

 

   Il processo si svolge dinanzi alla Corte d’assise di Milano il 29 agosto, esattamente un mese dopo il regicidio: al termine di un dibattito ‘pro forma’ durato poche ore giunge la condanna all’ergastolo e Bresci è tradotto a S. Stefano. Non è trascorso ancora un anno quando, il 22 maggio 1901, Bresci, secondo il comunicato ufficiale, si impicca con un asciugamano alle sbarre della finestra della propria cella: il tutto sarebbe accaduto in meno di tre minuti, durante una distrazione della guardia carceraria che ha l’obbligo tassativo di sorvegliarlo “a vista”, nonostante che il piede di Bresci sia incatenato ad una palla di ferro. In realtà, per ordini ricevuti dall’alto, tre guardie gli hanno fatto il “Santantonio”, cioè gli hanno buttato addosso coperte e lenzuolo e poi l’hanno ammazzato di bastonate. I resti verranno fatti sparire da due ergastolani inviati appositamente da un altro carcere e tenuti all’oscuro del nome del morto. Poco dopo, il direttore del carcere è promosso e le tre guardie sono premiate. Un altro ‘suicidato’ entra così nella lunga storia delle ‘istituzioni totali’ italiane. Il presidente del consiglio dei ministri è Giovanni Zanardelli, il ministro dell’interno Giovanni Giolitti. 

 

 

Eros Barone

 

Circolo Culturale Proletario di Genova

 

Luglio 2020